Guide di conformità · 06/05/2026 · 5 min
Greenwashing: definizione giuridica e 12 esempi da eliminare
Il greenwashing non è più una questione di immagine: è una pratica commerciale ingannevole. Esempi concreti e riformulazioni.
Una definizione ormai giuridica
Il greenwashing consiste nel presentare un prodotto, un servizio o un'impresa come più virtuosi per l'ambiente di quanto non siano. Dalla Direttiva 2024/825 diverse forme sono elencate espressamente come pratiche sleali in ogni circostanza, quindi contestabili senza valutazione caso per caso.
Le formulazioni più frequenti
«100 % naturale», «packaging ecologico», «carbon neutral», «rispettoso del pianeta», «impatto zero», «prodotto verde», «biodegradabile» senza condizioni, «riciclabile» senza indicare la filiera, «ecoprogettato», «sostenibile», «compensato in CO₂».
Perché sono problematiche
Sono generiche (nessun perimetro misurabile), assolute (impossibili da provare) o basate sulla compensazione, vietata come unica giustificazione. Il consumatore non può verificare, quindi la norma presume l'inganno.
Riformulare senza perdere l'argomento commerciale
Sostituite l'aggettivo con un dato: «92 % di ingredienti di origine naturale certificati COSMOS», «cartone con 80 % di materiale riciclato, riciclabile nella raccolta carta», «emissioni ridotte del 30 % rispetto al 2022, scope 1 e 2, verificato da terzi».
FAQ
«Biodegradabile» è vietato?+
No, ma il claim deve precisare condizioni (tempi, ambiente, norma di prova) ed essere dimostrato.
Si può ancora parlare di neutralità carbonica?+
Solo se non si basa esclusivamente sulla compensazione e la riduzione è dimostrata; sul prodotto è sconsigliato.
Un marchio interno è valido?+
No: sono ammessi solo marchi basati su certificazione di terza parte o su schemi pubblici.